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Dalla parte di Pierino

Giovedì, Marzo 8th, 2007
Dalla parte di Pierino
Mail al direttore - Giovedì 1 Marzo 2007

Da diversi anni il nostro giornale dedica ampio spazio -attraverso riflessioni, servizi, approfondimenti, ma soprattutto con la pubblicazione delle mail che giungono in redazione - al problema del “Ritalin”, il metilfenidato utilizzato nei (sui) bambini così detti iperattivi, un farmaco analogo delle amfetamine.
Un farmaco che ha avuto effetti devastanti nel suo utilizzo negli Stati Uniti e che ora si rischia di vedere introdotto anche qui da noi.

Tra tutte le mail giunteci in questi anni, questa, che pubblichiamo, è senza dubbio la più bella e significativa. Leggetela e passate anche voi, come noi, dalla parte di Pierino.

il direttore

***

A pagina 19 de “La Repubblica” 25 gennaio 07 leggiamo la proposta del Ministro francese dell’Educazione: anticipare lo studio della matematica alla scuola materna dai tre ai cinque anni. Sostengono la proposta alcuni docenti universitari italiani che lodano gli sforzi per sviluppare la logica nei piccoli, rendendoli più mnemonici, razionali e abili.

È così che oggi piacciono i bambini: attivi e concentrati, adeguati ai nuovi ritmi del mondo tecnologico e globalizzato, capaci di organizzarsi e seguire il planning settimanale già a otto anni.

Peccato che in classe incontrino Pierino, sempre lui, il solito rompiballe che fa perder tempo e complica la vita a tutti! Quel Pierino troppo agitato, che non sta fermo e scalpita per nulla, che sfida le regole e vive la scuola, la palestra e il catechismo come tornei di disobbedienza da vincere. Sono secoli che Pierino ci disturba! Si sono arrovellati per lui i cervelli più fini della psichiatria, della psicologia, della medicina e della pedagogia. Per lui hanno dedicato ore di studi e convegni.

È ore di finirla! Siamo nel 2007, il mondo è veloce, funzionale, controllabile e controllato. I nostri figli devono esserne all’altezza e smettere di perdere tempo. Quel solito Pierino è come un virus che s’installa nel computer, sballa i programmi e ne blocca l’efficienza. Non possiamo più tollerarlo!
E leggiamo a pagina 27 dello stesso giornale che, da febbraio, sarà in commercio un antivirus, già ampiamente sperimentato negli USA. e dibattuto in Italia: il Ritalin, un metilfenidato.

Finalmente genitori, insegnanti, educatori e adulti tutti non dovranno più lambiccarsi il cervello per affrontare il disagio di Pierino. Basteranno poche gocce, assunte dopo i pasti o secondo la modalità stabilita nei centri neuropsichiatrici regionali riconosciuti per l’ADHD (sindrome da deficit dell’attenzione e iperattività) e Pierino sarà inoffensivo e mansueto, finalmente seduto, bravo, attento. Così tutti vivranno felici e contenti.

Siamo genitori, educatori e insegnanti. Conosciamo Pierino, l’abbiamo avuto in casa e in classe, ci ha obbligato a guardarlo, a concentrarci su di lui e a capirlo; l’ha fatto usando tutte le armi possibili: i dispetti, le provocazioni, le grida, i musi lunghi, i calci e i pugni, le fughe e gli insulti. Ci ha fatto perdere la pazienza, il tempo e il sonno. Eppure, se chiudiamo gli occhi, Pierino ci appare col suo sorriso soddisfatto appena termina di dipingere: ha la passione per i pennelli e le tempere e produce opere d’arte a una velocità incredibile, fogli pieni di colore, espressivi e bellissimi; oppure salta gridando e lanciando pugni di gioia contro l’aria dopo aver tagliato il traguardo della staffetta per primo, o ancora batte il ritmo esattamente e senza perdere un colpo mentre il suo compagno suona la chitarra alla gita di classe.

E corre da noi piangendo perché non gli passano il pallone durante la partita e ci guarda con gratitudine quando fischiamo e blocchiamo il gioco. A volte Pierino ha bisogno del traduttore, quello che conosce la sua lingua e la rende comprensibile agli altri, ha bisogno che qualcuno chiami per nome i suoi sentimenti, li verbalizzi e li renda comprensibili a se stesso, ha bisogno di fermarsi e di correre in base a ritmi diversi dal resto della folla.

Nella nostra esperienza Pierino è stato lo stimolo ad andare al di là delle convenzioni: per lui e con lui abbiamo dovuto sperimentare nuovi linguaggi, modi e tempi della relazione e dell’apprendimento. Pierino è stato ed è l’imprevisto, la scintilla che stimola il dibattito, il punto di vista scomodo, l’idea che non avevamo preventivato.
Anche per il gruppo dei pari è sprone: Pierino non ammette prese in giro e tradimenti e scatena furibonde lotte quando non c’è sincerità; con lui i coetanei sperimentano rapporti schietti, veri, conditi di passione, fantasia e complicità.
I nostri Pierino, senza Ritalin, assomigliano al bimbo di una poesia di Prévert.

Due e due quattro
quattro e quattro otto
otto e otto fanno sedici…
Ripetete! dice il maestro
Due e due quattro
quattro e quattro otto
otto e otto fanno sedici.
Ma ecco l’uccello-lira
che passa nel cielo
il bambino lo vede
il bambino l’ascolta
il bambino lo chiama:
Salvami
gioca con me
uccello!
Allora l’uccello discende
e gioca con il bambino
Due e due quattro
Ripetete! dice il maestro
e gioca il bambino
e l’uccello gioca con lui…
Quattro e quattro otto
otto e otto fan sedici
e sedici e sedici che fanno?
Niente fanno sedici e sedici
e soprattutto non fanno trentadue
in ogni modo
se ne vanno.
E il bambino ha nascosto l’uccello
nel suo banco
e tutti i bambini
ascoltano la sua canzone
e tutti i bambini
ascoltano la musica
e otto e otto a loro volta se ne vanno
e quattro e quattro e due e due
a loro volta abbandonano il campo
e uno e uno non fanno nè uno nè due
uno a uno egualmente se ne vanno.
E gioca l’uccello-lira
e il bambino canta
e il professore grida:
Quando finirete di fare i pagliacci!
Ma tutti gli altri bambini
ascoltano la musica
e i muri della classe
tranquillamente crollano.
E i vetri diventano sabbia
l’inchiostro ritorna acqua
i banchi ritornano alberi
il gesso ridiventa scoglio
la penna ridiventa uccello.

Agitati, confusi e paurosi, piccoli bulli che provano a recitare la parte, distratti, inopportuni, che s’annoiano in fretta. Pierini che guardano fuori della finestra e si perdono nel rumore della strada. Pierini da riacciuffare e riportare a noi con la fantasia e la vivacità di una spiegazione o di un’attività che non credevamo di saper fare.
A noi piacciono così, anche se ci litighiamo e ci stancano all’inverosimile.
Eppure siamo in pochi a pensarla in questo modo!

Ormai hanno deciso. Li addomesticheranno, con metodi antichi, sotto nuove sembianze.
Siamo nel 2007! Non c’è più tempo per la diversità.
Quando Pierino sarà sedato dal farmaco, Prévert verrà dimenticato.
Nelle aule si continueranno a ripetere a memoria le tabelline, secondo la routine del tutto previsto e prevedibile, l’uccello-lira non entrerà dalle finestre e i muri delle scuole non potranno più crollare.

Alcune riflessioni

Abbiamo appreso dai giornali che da febbraio, in Italia, arriverà la decisione per l’immissione in commercio del “Ritalin”, il metilfenidato utilizzato nei bambini così detti iperattivi.
Questo farmaco, analogo delle amfetamine, (inserito tra le sostanze stupefacenti dal ministero della Sanità ) verrebbe somministrato almeno all’un per cento dei giovanissimi cittadini italiani. Una cifra enorme, strumentalmente più bassa del 4/8 per cento precedentemente dichiarato, che dà l’idea di come l’operazione commerciale che le multinazionali farmaceutiche stanno attuando, sia spinta in realtà, al consolidamento di decine di migliaia di nuovi futuri consumatori di farmaci.
Al di là delle valutazioni politiche che lasciamo ai singoli soggetti, riteniamo sia indispensabile evidenziare il netto rifiuto di una logica in cui il farmaco diventa la panacea di tutti i mali sociali, nei bambini come negli adulti.

Nello specifico, il Ritalin viene adoperato per una malattia contenitore denominata “sindrome da deficit di attenzione e iperattività” (ADHD), negata come patologia da numerosissimi medici e ricercatori e stigmatizzata da insegnanti, educatori, associazioni di genitori, che sanno bene come queste problematiche appartengano a dimensioni relazionali e educative.
Potremmo sciolinare pagine di dati, di ricerche sulla pericolosità del farmaco, ma prendiamo atto del fatto che su questa vicenda non è la salute della persona al centro, ma una sommatoria di motivazioni economiche, di potere e di controllo.

Chiediamo quindi agli organi competenti di adoperarsi per il blocco immediato di questa opzione commerciale e per il consolidamento di politiche che forniscano alle scuole mezzi, risorse, personale, nell’ottica di percorsi educativi basati sulla relazione e non sulla medicalizzazione.

Un gruppo di educatori ed insegnanti

I diritti dei minori a scuola, rispettarli e farli rispettare: un’esperienza concreta

Giovedì, Marzo 8th, 2007

01/03/2007

Marzario Margherita

I diritti dei minori a scuola, rispettarli e farli rispettare: un’esperienza concreta

 

 

Abstract: l’autrice descrive la sua esperienza di docente nella scuola primaria, riportando gli opportuni riferimenti normativi, per mostrare come sia possibile, ed auspicabile, tutelare e far esercitare ai bambini i loro diritti nella scuola.

Con la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia adottata dall’ONU a New York il 20 novembre 1989 (conosciuta anche come Convenzione di New York e ratificata in Italia con L.27 maggio 1991 n.176, a cui è seguito un decennio proficuo di legislazione a tutela dell’infanzia) si è affermata una nuova cultura, giuridica e non, nei confronti dei minori d’età considerandoli non più passivi destinatari di assistenza ma soggetti attivi, degni di attenzione e di ascolto. Nonostante questo substrato culturale non mancano quasi quotidianamente episodi di ignoranza o, peggio, di violazione dei diritti riconosciuti nella Convenzione. Tra i soggetti educativi (espressione da preferirsi, secondo alcuni, a quella di agenzie educative) chiamati a far conoscere diffusamente i principi e le norme della Convenzione (proprio per renderla più fruibile esiste una versione semplificata del 1997 curata dall’Associazione Telefono Azzurro), in modo attivo e adeguato, tanto agli adulti quanto ai fanciulli e a promuovere la sua effettiva applicazione (mutuando il contenuto dell’art.42 e dell’inizio dell’art.45 della Convenzione) vi è sicuramente la scuola.

Per rivitalizzare questo ruolo fondamentale della scuola non è necessario riformare e contro-riformare continuamente la legislazione scolastica (anche perché nell’adozione delle leggi riguardanti i minori, “la considerazione determinante deve essere il superiore interesse del bambino”, come già recitava l’art.2 della Dichiarazione dei diritti del bambino del 1959), ma è sufficiente riprendere la migliore tradizione pedagogica e giuridica.

Questo è quanto ho cercato di realizzare personalmente nell’anno scolastico 2005/06 allorquando sono stata chiamata ad insegnare in una classe prima di una scuola primaria di un Istituto Comprensivo in un piccolo paese della Basilicata occupandomi dell’ambito antropologico, di tecnologia ed informatica e del laboratorio linguistico - espressivo pomeridiano.

Ancor prima dell’inizio dell’anno scolastico mi sono posta non solo come neo-insegnante ma anche come aspirante “giurista minorile”, data la mia formazione post-universitaria; per questo ho letto il Piano dell’offerta formativa (P.O.F.) dell’anno scolastico precedente sulla base del quale ho fissato i cardini del mio percorso lavorativo, secondo quello che ritengo l’ABC della vita relazionale in qualsiasi contesto, scolastico ed extrascolastico, e con qualsiasi soggetto:

Accoglienza del fanciullo,

Benessere del fanciullo,

Codice della vita (nel senso di rispetto, prima, e trasmissione, poi, dei principali valori della vita),

Dimensione uomo e cittadino(il principio ispiratore),

Educazione(la modalità).

Di tutti questi punti soprattutto l’educazione è quella che ha attirato la mia attenzione e permeato tutta la mia attività successiva, innanzitutto perché essa è un diritto del bambino (come stabilito nell’art.28 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia) “che contribuisca alla sua cultura generale e gli consenta in una situazione di eguaglianza di possibilità, di sviluppare le sue facoltà, il suo giudizio personale e il suo senso di responsabilità morale e sociale, e di divenire un membro utile alla società” (come esemplarmente definito nell’art.7, par.1 della Dichiarazione dei diritti del bambino del 1959 e che pedagogicamente viene tradotto in “educazione tesa all’emancipazione della persona”). L’educazione, un tempo oggetto solo dei pedagogisti, oggi è continuamente richiamata e dibattuta da studiosi di ogni campo in termini di emergenza o responsabilità o sfida educativa. “Nell’educazione un tesoro”, sostiene il Rapporto all’Unesco della Commissione Internazionale sull’Educazione per il ventunesimo secolo.

Il legislatore scolastico ha recuperato questo “tesoro” a cominciare dai Nuovi Programmi Didattici del 1985 (approvati con il D.P.R. 12 febbraio 1985 n.104 e che ho preso in considerazione perché ritengo che la legislazione scolastica, dai Decreti Delegati del 1974 ad oggi, si sia succeduta senza soluzione di continuità) in tutto il loro contenuto, ma specificatamente nella Premessa Generale e nell’istituzione delle cosiddette tre educazioni, educazione all’immagine, educazione al suono e alla musica e educazione motoria.

L’educazione è, poi, uno dei pilastri dell’impianto normativo della tanto declamata quanto deprecata Riforma Moratti, sia nella legge delega n. 53/2003 (in modo particolare articoli 1 e 2) che nei decreti attuativi, per esempio basti considerare nelle “Indicazioni Nazionali per i Piani di Studio Personalizzati nella Scuola Primaria” (pubblicate il 6 novembre 2002) tutto l’apparato dell’educazione alla convivenza civile.

Un’altra molla che mi ha spinto a valorizzare l’elemento educativo è stata la lettura di un libro sulle droghe (“Malati di droga”) del farmacologo Silvestrini, secondo il quale l’educazione non è una panacea ma è sicuramente una guida per la prevenzione del disagio giovanile soprattutto se intesa come “procreazione culturale”.

Non ultima, anzi forse per prima, mi ha colpita la citazione di Gandhi riportata nella Premessa del P. O. F. dell’Istituto Comprensivo: ”La vera educazione è quella che rende mentalmente liberi, moralmente eccellenti”.

Riferendomi, inoltre, alla filosofia e alla pedagogia personalistiche cui si è rifatto il legislatore del 2003 ho tentato di concretizzare l’educazione non tanto come rapporto d’esempio da parte dell’educatore (one up) e di emulazione da parte dell’educando(one down), o imposizione-proposizione di divieti e regole, ma piuttosto come relazione, basata sulla philia (amicizia), e dialogo tra “persone” (e non semplicemente individui) uguali nella dignità e libertà, ma diverse per esperienze e conoscenze ed è proprio nello scambio di queste che si realizza il senso dell’educazione nel duplice significato etimologico di educare e educere.

Quotidianamente ho accolto i bambini col sorriso, con abbracci alle femminucce e pacche sulle spalle ai maschietti chiedendo innanzitutto come stessero, ho custodito le loro confidenze e le loro lacrime, ci siamo scambiati regalini, motteggiamenti e vezzeggiativi. Perché solo “il reciproco amore fra chi apprende e chi insegna è il primo e più importante gradino verso la conoscenza” (Erasmo da Rotterdam in Colloqui), a maggior ragione con i bambini in ingresso nella scuola primaria.

 Sulla base dei miei studi e dei miei interessi culturali, vari sono stati i modelli di riferimento: Maria Montessori, Mario Lodi, Jean Piaget, Michael Ende, Gianni Rodari e Roberto Piumini.

Ho sempre ammirato i primi due perché hanno pionieristicamente introdotto la tutela dei diritti dei bambini nella pedagogia e nella didattica.

Ho tenuto presente Piaget perché, dopo l’ultima Riforma scolastica, risulta ancor più attuale in quanto, tra l’altro, ha sottolineato la rilevanza dell’affettività, una delle nuove dimensioni cui deve mirare la scuola, non solo perché è una delle novità delle Indicazioni Nazionali, ma soprattutto per fronteggiare il dilagare dell’analfabetismo emozionale, tra piccoli e sedicenti grandi, che è causa di disagi e conflittualità. Inoltre lo psicologo svizzero ha affermato che la simpatia suppone da una parte una reciproca valorizzazione e d’altra parte una comune scala di valori che permette gli scambi; è questa reciprocità che costituisce l’essenza dei diritti della personalità “di ultima generazione”, i cosiddetti diritti relazionali di cui il primo titolare e fruitore dovrebbe essere il bambino per ”lo sviluppo armonioso della sua personalità” (espressione che compariva già nell’art. 6 della Dichiarazione del 1959).

Ho preso in considerazione gli autori per bambini Ende, Rodari e Piumini perché col loro rivolgersi, in ogni senso, ai bambini ci insegnano che dobbiamo essere noi adulti ad accostarci all’uscio della fanciullezza e non il contrario che causa quell’adultizzazione generalizzata dei minori nell’abbigliamento, nel linguaggio, nella gestualità cui si assiste ogni giorno.

Ho tradotto questo innanzitutto nell’adeguare la mia postura ai bambini usando poco o quasi niente la mia postazione alla cattedra, sedendomi vicino a loro o in mezzo a loro in caso di alunni assenti, piegandomi alla loro altezza per ascoltare le letture o le loro esternazioni.

Dell’autore tedesco ho tenuto a mente il racconto “Momo ovvero l’arcana storia dei ladri del tempo e della bambina che restituì agli uomini il tempo trafugato” in cui emergono tre elementi, la fantasia (non come mezzo di fuga dal reale, ma come vera e propria arma per combattere l’arida società circostante), il tempo e l’ascolto, che mi hanno offerto vari spunti.

Per quanto riguarda la fantasia ho cercato di promuoverla quotidianamente sin dai primi giorni dapprima con l’invenzione, da parte mia, di storie con le lettere dell’alfabeto per facilitare la letto-scrittura; poi, per esempio, nella ricomposizione delle sequenze o dei diagrammi di flusso se questa non corrispondeva a quella attesa mi facevo spiegare la loro ricostruzione fantastica lasciandola così o se necessario portandoli all’autocorrezione. Interventi intesi quale percorso per la formazione dell’autonomia di pensiero (autonomia più volte e variamente espressa nelle Indicazioni Nazionali) ed in particolare del pensiero critico e divergente, in applicazione di una lettura sistematica della Convenzione ed in particolare degli artt.12, 13 e 14 della stessa (libertà di opinione, di espressione e di pensiero).

Per quanto concerne il tempo mi sono adoperata per far cogliere tutte le sfaccettature del tempo (meteorologico, cronologico, storico, anagrafico, psicologico), ma principalmente ho rispettato il “loro tempo fanciullesco” facendoglielo vivere appieno, ad esempio consentendo l’uso di un linguaggio fiabesco perciò le sedie con la struttura grigia erano il ronzino, mentre quelle con la struttura bianca erano il cavallo fatato Falada animando così nella quotidianità la lettura della fiaba “La guardiana delle oche”. In egual misura mi sono impegnata per l’assimilazione del concetto di spazio, inteso particolarmente come “diritto allo spazio”, diritto che si ricava dall’interpretazione sistematica di alcune fonti, tra cui la L.285/1997 “Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza” in cui si prescrive all’art.4 lettera d “realizzazione di azioni positive …per il miglioramento della fruizione dell’ambiente urbano e naturale da parte dei minori, per lo sviluppo del benessere e della qualità della vita dei minori” e un’ampia legislazione regionale (es. la pionieristica Emilia Romagna) in cui, tra l’altro, si parla di promozione delle città dei bambini e delle bambine. Per esempio, per l’appropriazione del “loro” spazio ho “accompagnato” gli alunni in “visite guidate” nella scuola (facendo realizzare, poi, semplici piantine) in modo tale che questa non fosse considerata un edificio in cui erano chiusi per otto ore al giorno, ma fosse considerata un’organizzazione di persone e cose indirizzate alla loro crescita: sala dei collegi dei docenti, aula dei sussidi e del sostegno, uscita di sicurezza e così via. Ho attribuito importanza ai concetti di tempo e spazio non solo come obiettivi specifici di apprendimento (conosciuti in gergo come O.S.A.) di storia e di geografia, ma anche perché “la scuola primaria ha il fine di […] valorizzare le capacità relazionali e di orientamento nello spazio e nel tempo” (dall’art.2 comma 1 lettera f della L.53/2003: non a caso il legislatore scolastico ha correlato queste capacità perché costituiscono dei punti cardinali per l’orientamento nella vita).

Poi col mio atteggiamento di ascolto, teso - secondo il significato etimologico - a cogliere quanto mi comunicavano (e non solo mi dicevano) e a rielaborarlo nella mente e nel cuore per dare loro la risposta che mi stavano chiedendo (dalla caramella preferita al conforto per l’intervento chirurgico al fratello) ho cercato di instillare in loro l’educazione all’ascolto (propedeutica al rispetto e all’esercizio del diritto all’ascolto, art.12 par.2 della Convenzione di New York).

Contemporaneamente dal grande Rodari ho mutuato la teoria dell’errore creativo (“In ogni errore giace la possibilità di una storia”). Siccome molti bambini avevano difficoltà a trascrivere nel carattere corsivo le vocali a ed o confondendole, ho fatto loro notare che, scambiandole, cambiavano le cose e nascevano delle storie assurde: il sole diventava il sale e dal cielo scendeva nella pasta, la nonna diventava la nanna e così via. Avendo colto il meccanismo, nei bambini più attenti è scattata una rincorsa per individuare nuovi vocaboli fin quando uno di loro ha riflettuto dicendo: ”Maestra, se ci sbagliamo Marta diventa morta?”. Nello stesso modo ho proceduto per un altro errore ricorrente e cioè l’omettere una vocale o una consonante (per cui salita diventava salta, carne diventava cane), per gli errori relativi alle doppie e all’uso dell’h nei digrammi ch e gh e per gli altri digrammi o grafemi, per gli accenti (es. il papà diventava il papa di Roma). E’ avvenuto così un approccio larvato ed inconsapevole ai cosiddetti giochi linguistici (anche questi ultimi validi strumenti per la promozione del pensiero critico e divergente).

Ho menzionato Piumini, il Gianni Rodari di oggi, perché è uno dei sostenitori della polivalenza del gioco a qualsiasi età (parafrasando “non si gioca più perché s’invecchia ma si invecchia perché non si gioca”), ancor di più per la tenera età: il gioco non è solo riposo e svago ma è un diritto sociale e culturale ed un modo per il bambino di partecipare liberamente e pienamente alla vita culturale ed artistica, (art.31 della Convenzione del 1989 e già nell’art.7 par.2 della Dichiarazione del 1959). Per questo, per tutto l’anno scolastico e non solo all’inizio, ho utilizzato un metodo ludico (veri e propri giochi) e ludiforme (attività strettamente scolastiche sotto forma di giochi) sia “riciclando” giochi tradizionali quali il girotondo (per il concetto di spazio aperto e chiuso) e la mosca cieca o la caccia al tesoro (per effettuare piccoli percorsi in classe) sia inventandone di nuovi (es. il gioco del trasloco per agevolare la rotazione del posto in classe).

In conformità alla didattica laboratoriale della Riforma morattiana ed in coerenza col laboratorio pomeridiano linguistico - espressivo a me affidato, ho ricondotto le varie discipline in un unico processo di full immersion di educazione linguistica, mirante a far elaborare e rielaborare tutte le forme del linguaggio (il verbale, l’iconico, il musicale, il corporeo, il gestuale, il mimico, il manipolativo; “la scuola primaria ha il fine di […] far apprendere i mezzi espressivi”, dall’art.2 comma 1 lettera f della L.53/2003). Perché solo fornendo al bambino tutti i mezzi di simbolizzazione, espressione e comunicazione, egli potrà esercitare la libertà di espressione, intesa anche come “libertà di ricercare, ricevere e diffondere informazioni e idee di ogni genere, a prescinderne dalle frontiere, sia verbalmente che per iscritto o a mezzo stampa o in forma artistica o mediante qualsiasi altro mezzo scelto dal fanciullo” (art.13 par.1 Convenzione di New York). Così, per esempio, per l’educazione stradale (particolarmente per il significato dei principali segnali stradali, dei gesti del vigile urbano e dei colori del semaforo) ho usato e fatto usare i mezzi della comunicazione teatrale, prevalentemente animazione e mimo.

In più, ho aderito e contribuito al “Progetto lettura” (attività extracurricolare che ho inteso tradurre per i bambini in un vero progetto esistenziale – locuzione usata nelle Indicazioni Nazionali – facendo sviluppare in loro una capacità e voglia di leggersi e leggere intorno, interiorizzazione che concretizza il significato di educazione che deve tendere ad “inculcare nel fanciullo”, di cui all’art.29 della Convenzione del 1989) sin dai primi giorni scolastici con un percorso d’animazione alla e della lettura leggendo fiabe classiche quali “La casa nel bosco” e “La guardiana delle oche”, che sono state anche terreno fertile per l’accertamento ed il consolidamento dei pre-requisiti spaziali e temporali. Nello svolgersi dell’anno scolastico, mi sono dedicata altresì alla lettura di fiabe, preventivamente scelte, di tutto il mondo raccolte e curate da G. Rodari (la scelta è caduta sulle fiabe per la valenza didascalica che queste hanno sempre avuto dai tempi di Esopo e Fedro, internazionali perché l’educazione deve tendere “a preparare il fanciullo ad assumere le responsabilità della vita in una società libera, in uno spirito di comprensione, di tolleranza, di uguaglianza tra i sessi e di amicizia fra tutti i popoli, gruppi etnici, nazionali e religiosi, e persone di origine autoctona”, art.29 par.1 lettera d della Convenzione Internazionale). Nel secondo quadrimestre ho fatto circolare un libro dall’invitante titolo “Bob, cagnolino curioso” e dal contenuto adeguato per conseguire numerosi obiettivi specifici di apprendimento delle varie discipline e gli obiettivi trasversali dell’educazione alla convivenza civile. La costituzione di questo gruppo di lettura ha consentito di attuare l’organicità pluri, inter e transdisciplinare richiesta nelle Indicazioni Nazionali e di sperimentare, oltre ai già citati diritti di cui agli artt.12-14 della Convenzione, in maniera embrionale la libertà di associazione di cui all’art.15.

In questo quadro potrebbe apparire estraneo l’inserimento della disciplina della tecnologia ed informatica (infatti, questa era la mia preoccupazione iniziale). Invero questa disciplina ben si è raccordata con l’ambito antropologico, in quanto ho fatto in modo di presentarla come attività antropica attraverso le trasformazioni nel tempo (storia) e ho fatto vivere il laboratorio di informatica come un loro spazio scolastico da esplorare, descrivere, rappresentare (geografia). Tra l’altro il computer si è rivelato un ottimo strumento di comunicazione e socializzazione anche per i bambini più inibiti e di facilitazione all’approccio alla lingua inglese per l’uso dei termini tecnici quali computer, mouse, word. Tutto questo in un alveo di educazione tecnologica finalizzata ad un uso consapevole e critico del computer e della televisione, per “tutelare il fanciullo contro l’informazione ed i programmi che nuocciano al suo benessere”, - art.17 lettera e - , “per proteggere il fanciullo contro qualsiasi forma di […] abbandono o negligenza”, - art. 19 par. 1 - e per “garantire il suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale e sociale”, - art.27 par.1 della Convenzione del 1989.

In itinere ho realizzato tre profili educativi propedeutici e finalistici all’educazione alla convivenza civile: educazione alla creatività, educazione alla socialità, educazione alla laboriosità; socialità, laboriosità e creatività, principi esistenziali desumibili dalla nostra Costituzione ed esplicitamente dall’art.4 comma 2 “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, seconda le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”, come menzionato pure nel paragrafo introduttivo delle Indicazioni Nazionali (l’importanza di stimolare e sostenere la creatività, la partecipazione e il lavoro dei giovani è stata recepita anche dal legislatore, che proprio con quest’intento ha istituito il Fondo nazionale per le politiche giovanili con la L.148/2006, legge di conversione del decreto legge 223/2006 cosiddetto Decreto Bersani; fondo che riecheggia quello per l’infanzia e l’adolescenza istituito con la L.285/1997).

Per quanto attiene all’educazione alla creatività (da troppo tempo auspicata da pedagogisti e psicologi), ho cercato di rimuovere gli errori che la scuola ha commesso nei confronti delle generazioni passate reprimendo la creatività, assurta invece a potenziale educativo nei Nuovi Programmi del 1985 e forse un po’ negletta nelle attuali Indicazioni Nazionali (che si esprimono, invece, in termini progettuali). Per la realizzazione dei biglietti augurali per le varie festività (dalla neo-festa dei nonni alla festa della mamma) e per il laboratorio teatrale dei burattini di personaggi tratti dalle fiabe lette o inventati dai bambini, ho fatto adoperare materiali di recupero mandando in visibilio i bambini e conseguendo anche alcuni degli obiettivi dell’educazione ambientale (l’educazione deve tendere ad “inculcare nel fanciullo il rispetto per l’ambiente naturale”, art.29 par.1 lettera e della Convenzione del 1989).

Ho praticato l’educazione alla socialità (finalizzata all’educazione alla cittadinanza e all’educazione all’affettività) mediante il tutoraggio tra bambini facendo aiutare i bambini tra loro, facendo ripetere loro le modalità di esecuzione degli esercizi per casa o altro.

Ho perseguito l’educazione alla laboriosità (finalizzata all’educazione alla cittadinanza e come approccio culturale già espressamente prevista nei Programmi dell’85) mediante tutte le attività pratiche succitate e inculcando il senso di responsabilità per il loro ruolo di scolari e il senso di rispetto verso tutte le professioni a cominciare dal lavoro di casalinga, in quanto inizialmente alla mia domanda su quale lavoro facessero le mamme alcuni bambini mi rispondevano niente, perché stavano in casa.

Mi sono prefissa questi ulteriori obiettivi educativi perché mi sono posta come adulta, prima, e come professionista qualificata, poi, il dovere pedagogico di stimolare la “curiosità intellettuale” e di bandire la “unilateralità intellettuale” e il dovere giuridico di preparare appieno il fanciullo ad avere una vita individuale nella società ed allevarlo in particolare nello spirito di pace, di dignità, di tolleranza, d’eguaglianza e di solidarietà (come sancito nel Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).

Così operando sono stati conseguiti gli “obiettivi generali del processo formativo” (secondo paragrafo delle Indicazioni Nazionali) relativi al monoennio: valorizzare l’esperienza del fanciullo, la corporeità come valore, la diversità delle persone e delle culture come ricchezza, praticare l’impegno personale e la solidarietà sociale (basti pensare che una volta un alunno ha eseguito, a casa, degli esercizi in più sul sussidio per rendersi disponibile in classe per i compagni in difficoltà).

In tutto questo ho tenuto sempre in considerazione “l’interesse superiore del fanciullo” (art.3 par.1 Convenzione di New York), locuzione che rischia di rimanere vacua cui, invece, ho cercato di dare un contenuto grazie anche all’empatia (immedesimazione, secondo la traduzione dal tedesco einfühlung).

Empatizzando o comunque stabilendo una comunicazione - nel senso etimologico di “rendere comune” - con i propri discenti si può rendere veramente la scuola una formazione sociale in cui svolgere la personalità e praticare la solidarietà (come previsto dall’articolo 2 della nostra Costituzione) e rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti (art.3 comma 2 Costituzione, citato nel paragrafo introduttivo delle Indicazioni Nazionali; quella personalizzazione ri-scoperta nell’ultima riforma scolastica summenzionata): una vera comunità e non solo un’istituzione (espressione preferita dal legislatore scolastico). Innanzitutto una comunità professionale (professionalità più volte ricordata negli atti della Riforma del 2003, ma già richiesta nell’art.3 par.3 della Convenzione di New York in cui si parla di “consistenza” e “qualificazione” del personale di istituzioni, servizi e strutture responsabili della cura e della protezione dei fanciulli; professionalità resa ancor più necessaria visto che si richiede ai docenti di assicurare l’orientamento personale e professionale degli allievi, “orientamento” esplicitato anche nell’art.5 della Convenzione) ed una comunità di apprendimento (usando la terminologia della teoria del cooperative learning). Comunità in cui non solo prevenire il disagio scolastico (per concretizzare la “libertà da”) ma anche e soprattutto promuovere il benessere scolastico (per concretizzare la “libertà di”), un aspetto di quel benessere più volte richiamato nella Convenzione di New York e che rappresenta una delle più rilevanti innovazioni normative e testuali rispetto alla previgente Dichiarazione (data l’importanza del benessere dei fanciulli, il trattato a livello regionale “Carta africana sui diritti e il benessere dei bambini” dell’11 luglio 1990 ha fatto un passo in più rispetto alla Convenzione del 1989 introducendolo addirittura nell’intestazione).

Oggi più che mai si richiede agli operatori scolastici, docenti e non, di vivificare la cultura della “prossimità”, tanto evocata per i responsabili dell’amministrazione e della somministrazione dei principali beni pubblici, giustizia, istruzione e sanità.

Si potrebbe evitare così il crescente scollamento tra la scuola e la sua “popolazione” che degenera nell’abbandono scolastico (o semplicemente nella disaffezione) dei ragazzi e nella cosiddetta burnout syndrome (“sindrome dello scoppiato”, o più precisamente sindrome di esaurimento emozionale) dei docenti, fenomeni che causano elevati costi personali, economici e sociali.

Perché si deve “investire con forza anche sulla parte giovane del Paese, sostenere e valorizzare le energie creative dei giovani. Investire nei giovani significa, infatti, investire nella ricchezza della nostra società di oggi e di domani” (dal DPEF presentato il 7 luglio 2006).

la progettazione educativa tra istanze locali e istanze nazionali

Sabato, Marzo 3rd, 2007

di Vincenzo Sarracino

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Per una formazione pedagogica dell’insegnante di scuola dell’infanzia e di scuola primaria tra profilo di professionalità e deontologia

Sabato, Marzo 3rd, 2007

di Maria Rosaria Fiengo*

La pedagogia non ha più come proprio unico oggetto il bambino, dal momento che, attualmente, la pedagogia si occupa dell’educazione e della formazione di tutti i soggetti durante l’intero arco della vita e nella relazione con determinati contesti e ambienti (lifelong learning e lifewide learning). Se, quindi, oggi la pedagogia non si occupa solo del bambino, essa si occupa anche del bambino, o meglio, dei bambini e delle bambine nelle relazioni con i molteplici e complessi contesti di vita, di apprendimento e di educazione - formazione1, nelle relazioni, quindi, con gli ambiente e con l’ambiente.2

Secondo Luciana Bellatalla, ogni età dell’uomo può definirsi una metafora o un punto di vista della pedagogia sull’uomo3. Per L. Bellatalla, «L’Emilio di Rousseau, scandito in parti che corrispondono alle varie età del protagonista, può essere assunto come modello di quanto detto. La tesi, per cui “la natura vuole che i fanciulli siano fanciulli prima di essere uomini”, sebbene sia stata letta come l’atto di nascita d’una psicologia dell’età evolutiva e di una pedagogia che l’asseconda, di fatto indica due categorie dell’educazione: la processualità e la necessità, che emerge appunto da un paradigma dato dalla natura. Oltre un secolo dopo, sulla strada aperta da Rousseau, John Dewey sottolineerà il valore di due doti infantili, l’immatu­rità e la plasticità, come condizioni della crescita continua del­l’uomo. Anche in questo caso, centro del discorso deweyano è l’educazione, la quale, in quanto processo senza fine né fini, dovrebbe garantire una “crescita in infantilità”, consentendo a ciascuno di mantenere aperte le proprie po­tenzialità ed inalterata la propria adattabilità.

Il bambino cui la pedagogia si richiama - a partire da Platone - non è solo, dun­que, un’astrazione, ma anche una metafora, perché suggerisce tutte le condizioni su cui l’educazione può costruirsi. Il bambino è caratterizzato, infatti, positivamente, da curiosità, da spirito di avventura, da apertura al nuovo, da fiducia nell’adulto, da plasticità; e, negativamente, come il suo etimo mette in luce, non sa parlare, è debole, balbetta, è timido ed incapace di scelte auto­nome; la sua debolezza ne fa un essere dipendente da altri, indi­cando in ciò un’altra delle categorie definitrici dell’educazione e, quindi, la dialogicità. Per secoli l’aspetto negativo è stato enfatizzato ed ha condannato l’infanzia ad essere subalterna, anche perché tale subalternità era, in qualche modo, rinforzata da una struttura autoritaria della società intera. La stessa etimo­logia del termine magister, a cui i fan­ciulli venivano affidati, indica la superiorità di chi insegna e può, pertanto, preten­dere piena obbedienza e grande rispetto.»4

In ciascun discorso pedagogico sul bambino, si rintraccia sempre, così, l’idea che il bambino rappresenti una complessa fonte di molteplici potenzialità che vanno orientate. Naturalmente, verso che cosa si debba orientare il bambino nella propria crescita e in relazione a quali contenuti (sociali, morali, ecc., in generale, valoriali) rappresenta il punto di vista specifico di una certa pedagogia, e non può essere considerato vero o valido in assoluto e per sempre.
Tuttavia, in ciascuna concezione pedagogica e in ogni idea educativa e formativa del bambino è implicita la responsabilità non solo di chi la rappresenta nelle teorie ma anche di chi la fa propria nell’esercizio dell’attività di educatore. Anzi, ciascun educatore (padre, madre, insegnante, ecc.) pone sempre nella propria azione educativa una idea del bambino e della bambina e dell’uomo o della donna. Tali idee, che corrispondono a teorie delle quali – a volte – gli stessi educatori non sono consapevoli – diventano, così, comportamenti educativi, pratiche formative e di insegnamento.
Considerata la grande responsabilità che è insita in ogni attività educativa, occorre, quindi, che ciascun educatore (spontaneo o intenzionale) sia quanto più possibile consapevole della propria azione e delle proprie idee sull’infanzia e, in generale, sull’uomo, sulla donna, sulle relazioni umane, ecc.
Anche per questo motivo, nel curricolo formativo dell’insegnante, una pedagogia dell’infanzia è strettamente connessa alle questioni che riguardano la deontologia professionale, ovvero quell’ambito di frontiera e di interconnessione tra la competenza culturale-disciplinare, quella metodologica-organizzazita-valutativa specifica dell’insegnamento-apprendimento, quella giuridica e quella etica, che identifica lo specifico del lavoro del docente. Tale lavoro è definibile come una professione libera, esperta e consapevole, centrata sull’autonomia e sulla responsabilità delle scelte, ovvero sulla capacità di esercitare la propria libertà individuale all’interno delle relazioni e dei contesti sociali e lavorativi.
Tutti i lavori e tutte le professioni comportano un proprio habitus deontologico, ma si comprende quanto sia di primo piano tale dimensione quando parliamo della relazione tra insegnare e apprendere e dell’attività di progettazione educativa e formativa, ancor di più se gli interlocutori della relazione con gli educatori e con gli insegnanti sono i cuccioli d’uomo nelle delicate epoche della loro crescita.

Nella responsabilità dell’insegnare è contenuta la consapevolezza, da parte del docente, di dover conoscere la complessa processualità dell’apprendimento, sapendo, peraltro, come all’attivazione dei processi cognitivi e formativi concorrano tutti i contesti e tutti i soggetti che definiscono la spazio-tempo di crescita e di sviluppo del bambino, e in che tali soggetti e tali contesti sono culturalmente connotati. Occuparsi del bambino significa, quindi, occuparsi delle complesse trame di vita e di formazione all’interno delle quali esso e collocato, dai primi istanti di vita. Ciascun soggetto, ciascun bambino è dotato di un proprio corredo biologico o “budget” di partenza che, fin dalla nascita, entra i contatto con altri soggetti e con ambienti a loro volta interconnessi, biologicamente e culturalmente connotati5.

La pedagogia dell’infanzia, quale contenuto specifico di un curricolo formativo e professionale per l’insegnante di scuola dell’infanzia e di scuola primaria ha come proprio oggetto, quindi, un bambino concreto, collocato nello spazio e nel tempo, collocato nelle sue relazioni familiari, sociali, ambientali, con le sue esperienze e possibilità di esperienza, con i suoi apprendimenti e possibilità di apprendimento.
A ben riflettere, occuparsi del bambino concreto significa – di fatto – occuparsi dei suoi contesti o ambienti di vita, delle sue relazioni. Sono questi che decideranno della sua crescita e, quindi, sono questi gli ambiti verso i quali dirigere l’intenzionalità educativa e didattica.

La famiglia, nucleare e allargata, il nido, la scuola dell’infanzia, la scuola elementare, insieme a tutti gli ambienti e a tutte le figure che il bambino incontra durante i suoi primi anni rappresentano i modi e i contenuti delle sue prime esperienze, tanto più significative se si pensa che sono queste a consentire al piccolo quell’attività cerebrale, mentale e corporea, sulla quale si organizzeranno le esperienze future; in base a questa attività cerebrale il piccolo potrà farsi le proprie idee, potrà costruire le proprie capacità di astrazione e di interiorizzazione dei sistemi sociali e morali, delle regole di convivenza e di quei principi che la cultura di appartenenza e i gruppi sociali di riferimento intendono come ambito del “bene” e del “male”.
L’attività cerebrale del piccolo, specialmente durante i primi due anni di vita è tale da abilitarlo alle prime forme di scelta e di selettività. Sulla base di tale “competenza” il bambino crescerà con la capacità di selezionare, di esercitare la propria libertà e autonomia, di assumere responsabilità, di rispettare o di trasgredire una regola sociale, di valutare i propri comportamenti, di disporsi al cambiamento, di contribuire a trasformare se stesso e gli ambienti con i quali è in relazione dinamica.
Il cervello del piccolo è plastico, funziona in modo che, nella relazione con l’ambiente, il bambino possa potenziare la propria capacità sinaptica (le sinapsi sono le connessioni che si producono tra i neuroni in relazione agli stimoli ambientali); anzi, durante i primi due anni di vita il bambino è il soggetto di un vero e proprio bombardamento sinaptico, cioè il suo cervello è in grado di costruire una rete di interconnessioni interneuronica tanto ampia e complessa da rendere necessaria, da parte del soggetto, una selezione, cioè un processo di scelta sulla base di bisogni “biologici”, ma anche già educativi e culturali, che si manifestano.

Questo fenomeno di esuberanza sinaptica è detto sprouting e qualifica la vita del bambino nei primissimi anni anche se sarà presente, in forme e con intensità differenti, anche nella vita successiva e nell’età adulta6.
Si comprende così, anche come sia importante, per un adulto e per un ambiente educativo, rappresentare la possibilità per il piccolo di qualificazione di ogni sua possibile esperienza.
Il profilo di professionalità dell’insegnante richiede, quindi, la conoscenza della fisionomia cognitiva del bambino, per attivare e controllare adeguatamente la dimensione intenzionale della relazione tra insegnamento e apprendimento, per costruire i curricoli formativi, le unità di apprendimento, gli interventi di personalizzazione-individualizzazione, insomma, per valutare i processi cognitivi e formativi nei contesti scolastici.
In questo senso, per l’insegnante, la conoscenza di propri allievi, le loro caratteristiche cognitive, culturali, sociali, relazionali, ecc. non è fine a se stessa ma rappresenta un presupposto indispensabile per agire educativamente e didatticamente.
Inoltre, l’insegnante, consapevole di essere immerso nelle relazioni e nella contestualità delle relazioni (ciascun docente è un soggetto relazionale e ambientato, vive, apprende, si forma e lavora, in contesti e ambienti), è anche consapevole de proprio ineludibile coinvolgimento nelle relazioni e nelle prassi formative e didattiche.

Proprio per questo, da un lato, il docente fa quotidianamente esperienza della stretta relazione tra teoria e prassi, dall’altro, vive la responsabilità delle proprie scelte, delle proprie “intenzioni” formative e didattiche, comprendendo, per di più, quanto il singolo operatore della scuola non possa scegliere “individualisticamente” dovendo, invece, riferirsi sia a vincoli scientifici sia a vincoli contestuali e collegiali.
Anche per questi motivi, la condizione professionale dell’insegnante si qualifica in virtù della propria autonomia, cioè di una libertà di insegnamento che si definisce tra vincoli e possibilità, come esercizio della libertà di scelta, come esercizio della responsabilità.7
Nella scuola dell’attualità un contenuto curricolare culturale e disciplinare ( multidisciplinare, interdisciplinare) da valorizzare appare la formazione all’ambiente. 8

Attraverso tale dimensione, che peraltro compendia quanto si diceva, relativamente all’acquisizione, nel profilo di professionalità dell’insegnante, di un habitus relazionale - sociale riguardante i processi di apprendimento-formazione e, quindi, in merito all’autonomia come dimensione specifica e sostanziale del fare scuola e della docenza, si può tradurre in prassi educativa e didattica l’orientamento dello sviluppo infantile verso l’acquisizione dell’autonomia e della socialità-relazionalità come chiavi di accesso alla gestione competente degli attuali contesti di vita, di formazione e di lavoro.
Formare e formarsi all’ambiente, infatti, comprende la formazione alle differenze, alla comunicazione, al dialogo tra soggetti, tra culture, ecc.
La formazione all’ambiente implica la consapevolezza, nel soggetto della complessità che connota i contesti, le relazioni, a partire dall’interconnessione tra natura e cultura, tra fattori biologici e fattori antropici, con particolare riferimento alle tecnologie e a tutti i prodotti culturali , linguistici, multimediali.9

L’ambiente inteso come cifra di connotazione dei progetti educativi e formativi richiede la consapevolezza, da parte dei soggetti scolastici, di dover pensare alla scuola nei termini del sistema formativo integrato10 e di progettazione integrata.11

Integrazione diviene, in tal senso, parola di orientamento della processualità educativa e didattica.12
Così, nella stessa direzione interpretativa, l’autonomia riemerge come un contenuto fondamentale sia della formazione dell’insegnante sia dell’attività educativo-formativa e didattica, significando, contemporaneamente libertà di scelta, responsabilità, relazionalità, socialità e anche pensiero critico, trasformatività, creatività.
Una formazione pedagogica per l’insegnante dell’attualità, quindi, significa anche formazione pedagogica all’ambiente13 e tale formazione, includendo il valore e i significati dell’autonomia, della relazionalità e della socialità, coniugati a quello della responsabilità educativa e didattica implica la stretta interconnessione tra dimensione professionale e dimensione deontologica.

* Maria Rosaria Fiengo collabora da molti anni con la Cattedra di Pedagogia generale e sociale della Facoltà di Psicologia - Seconda Università degli Studi di Napoli, diretta da Vincenzo Sarracino, ed è professore a contratto di Pedagogia generale e sociale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia della Seconda Università deli Studi di Napoli.

1. Sulle definizioni e sulle differenze che storicamente hanno connotato i termini educazione e formazione si veda, in particolare Sarracino V, Educazione/Formazione, in Sarracino V, Lupoli N., Le parole chiave della formazione. Elementi di lessico pedagogico e didattico, Tecnodid, Napoli, 2003.

2. Sulla nozione di ambiente in chiave contestuale e relazionali, si legga: Sarracino V., Ambiente/territorio, in Sarracino V., Lupoli N., cit..

3. Cfr. Bellatalla L., Bambino ritrovato o pedagogia espropriata?, in << Ricerche Pedagogiche>>, n.144-145, luglio-dicembre 2002.

4. Ibidem

5. Questi argomenti costituiscono il nucleo della ricerca in ambito bieducativo condotta, da molti anni, da Elisa Frauenfelder e del suo gruppo di ricerca. In particolare, ci si riferisce a: Frauenfelder E., La prospettiva educativa tra biologia e cultura, Liguori, Napoli, 1983; Frauenfelder E., Educazione e processi apprenditivi,Tecnodid, Napoli, 1986; Frauenfelder E., Pedagogia e biologia, una possibile alleanza, Liguori, Napoli, 1994; Frauenfelder E., Santoianni F., Nuove frontiere della ricerca pedagogica, E.S.I., 1997; Frauenfelder E., Santoianni F., (a cura di), Le scienze bioeducative. Prospettive di ricerca, Liguori, Napoli, 2002; Frauenfelder E., Santoianni F., Striano M., Introduzione alle scienze bioeducative, Laterza, bari-Roma, 2004.

6. Frauenfelder E., I cardini rieducativi della formazione, in Frauenfelder E., Santoianni F. , Le scienze bioeducative, Liguori, Napoli, 2001.

7. In particolare, su questi argomenti relativi alla professionalità dell’insegnante, si veda: Fiengo M. R., Orientare la formazione. Dentro e oltre la norma, Pensa MultiMedia, Lecce, 2002.

8. L’educazione ambientale e la didattica dell’ambiente sono ormai contenuti imprescindibili della progettazione educativa e formativa scolastica. Relativamente all’educazione ambientale, citiamo, in particolare l’ambito degli studi e della ricerca di Eugenia Aloj Totano; su questo si legga: Aloj Totaro E., Educazione ambientale come educazione allo sviluppo sostenibile, Franco Angeli, Milano, 1999; Aloj Totaro E., Introduzione all’ecologia e all’igiene ambientale, Falzea Editore, Reggio Calabria, 1999. La didattica dell’ambiente è riferita agli studi e alla ricerca di Paolo Orefice. Si vedano, in particolare: Orefice P., Avenati A. (a cura di), Educazione ambientale e didattica del territorio, Teramo, Giunti & Lisciani, 1991; Orefice P., Didattica dell’ambiente, La Nuova Italia, Firenze, 1993; Orefice P., Educazione ambientale e turismo scolastico, in Educazione ambientale e turismo scolastico, M.P.I.- Provincia di Prato, Prato, 1996; Orefice P., Educazione e territorio, La Nuova Italia, Firenze, 1978; Orefice P., Gavagna B. (a cura di), I ritmi di vita di Piazza S.Croce. Un’esperienza di educazione ambientale a Scuola-Città Pestalozzi, Liguori, Napoli, 1997 (volume e videocassetta), 1997; Orefice P., MOTER. Modello territoriale di programmazione educativa e didattica, Liguori, Napoli, 1997.

9. La complessità è un tratto conotativo degli attuali contesti formativi, sociali, ecc.. La complessità rappresenta anche un paradigma o teoria di riferimento delle scienze contemporanee e della pedagogia, in particolare. Su questo si legga, tra gli altri, Fiengo M. R. , Complessità ( paradigma della), in Sarracino V., Lupoli N., Le parole chiave della formazione . Elementi di lessico pedagogico e didattico e in Iavarone M. L., Sarracino F., Le parole chiave della formazione. Elementi di lessico di didattica generale e delle tecnologie dell’apprendimento, Tecnofdid, Napoli, 2004.

10. La nozione di sistema formativo integrato si riferisce a Franco Frabboni. Su questo argomento, in particolare si indicano: Frabboni F. (a cura), Il sistema formativo integrato, una nuova frontiera dell’educazione, EIT, Teramo, 1989; Frabboni F., Pinto Minerva F., Manuale di pedagogia generale, Laterza, Roma-Bari, 1992; Frabboni F., Manuale di didattica generale, Laterza, Roma-Bari, 1997. Frabboni F., Il Piano dell’Offerta Formativa, Bruno Mondatori, Milano, 2000; Frabboni F., Pinto Minerva F., Manuale di pedagogia generale, Laterza, Roma-Bari, 2001; Frabboni F., Il curricolo.Laterza, Roma-Bari, 2002; Frabboni F., Pinto Minerva F., Introduzione alla pedagogia generale, Laterza, Bari-Roma, 2003.

11. Sui temi della progettazione formativa si ricorda la ricerca pedagogica di Vincenzo Sarracino. In particolare, ci si riferisce a: Sarracino V., Il distretto scolastico, Ferraro, Napoli, 1977; Sarracino V., Orientamenti di pedagogia scolastica, Ferraro, Napoli, 1984; Sarracino V., Processi educativi e realtà locale, Napoli, Loffredo, 1984; Sarracino V., Scuola e educazione. Linee di sviluppo, Liguori, Napoli, 1992; Sarracino V. (a cura di), La formazione. Teorie, metodi, esperienze, Liguori, Napoli, 1997; Sarracino V., (a cura di), Progettare la formazione. Teoria e pratica dell’intervento educativo, Pensa MultiMedia, Lecce, 1997; Sarracino V., Iavarone M. L., La scuola elementare come scuola di base. Saperi, organizzazione, riforme, Laterza, Roma-Bari, 1999; Sarracino V., Strollo M. R., Ripensare la formazione, Liguori, Npaoli, 2000; Sarracino V, Iavarone M. L., Striano M., (a cura di) Questioni di Pedagogia Sociale, Angeli, Milano, 2000; Sarracino V., Piazza R. (a cura di), La pedagogia del progetto. Percorsi di formazione, Pensa Multimedia, Lecce, 2001; Sarracino V., Striano M., (a cura di), La pedagogia sociale. Prospettive di indagine, ETS, Pisa, 2001.

12. Sul termine integrazione si legga: Lupoli N., Integrazione/socializzazione, in Sarracino V., Lupoli, cit.

13. In merito a una pedagogia sociale dell’ambiente e, quindi, in relazione alla formazione dell’insegnante in chiave di pedagogia dell’ambiente, si legga “Sarracino V., Fiengo M. R. ( a cura di), Lineamenti di pedagogia sociale, Liguori, Napoli, in corso di stampa.

METACOGNIZIONE, HANDICAP E GRUPPO

Sabato, Marzo 3rd, 2007

Didattica interattiva e apprendimento cooperativo
Corso di alta qualificazione per docenti di ruolo di sostegno

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