di Maria Rosaria Fiengo*
La pedagogia non ha più come proprio unico oggetto il bambino, dal momento che, attualmente, la pedagogia si occupa dell’educazione e della formazione di tutti i soggetti durante l’intero arco della vita e nella relazione con determinati contesti e ambienti (lifelong learning e lifewide learning). Se, quindi, oggi la pedagogia non si occupa solo del bambino, essa si occupa anche del bambino, o meglio, dei bambini e delle bambine nelle relazioni con i molteplici e complessi contesti di vita, di apprendimento e di educazione - formazione1, nelle relazioni, quindi, con gli ambiente e con l’ambiente.2
Secondo Luciana Bellatalla, ogni età dell’uomo può definirsi una metafora o un punto di vista della pedagogia sull’uomo3. Per L. Bellatalla, «L’Emilio di Rousseau, scandito in parti che corrispondono alle varie età del protagonista, può essere assunto come modello di quanto detto. La tesi, per cui “la natura vuole che i fanciulli siano fanciulli prima di essere uomini”, sebbene sia stata letta come l’atto di nascita d’una psicologia dell’età evolutiva e di una pedagogia che l’asseconda, di fatto indica due categorie dell’educazione: la processualità e la necessità, che emerge appunto da un paradigma dato dalla natura. Oltre un secolo dopo, sulla strada aperta da Rousseau, John Dewey sottolineerà il valore di due doti infantili, l’immaturità e la plasticità, come condizioni della crescita continua dell’uomo. Anche in questo caso, centro del discorso deweyano è l’educazione, la quale, in quanto processo senza fine né fini, dovrebbe garantire una “crescita in infantilità”, consentendo a ciascuno di mantenere aperte le proprie potenzialità ed inalterata la propria adattabilità.
Il bambino cui la pedagogia si richiama - a partire da Platone - non è solo, dunque, un’astrazione, ma anche una metafora, perché suggerisce tutte le condizioni su cui l’educazione può costruirsi. Il bambino è caratterizzato, infatti, positivamente, da curiosità, da spirito di avventura, da apertura al nuovo, da fiducia nell’adulto, da plasticità; e, negativamente, come il suo etimo mette in luce, non sa parlare, è debole, balbetta, è timido ed incapace di scelte autonome; la sua debolezza ne fa un essere dipendente da altri, indicando in ciò un’altra delle categorie definitrici dell’educazione e, quindi, la dialogicità. Per secoli l’aspetto negativo è stato enfatizzato ed ha condannato l’infanzia ad essere subalterna, anche perché tale subalternità era, in qualche modo, rinforzata da una struttura autoritaria della società intera. La stessa etimologia del termine magister, a cui i fanciulli venivano affidati, indica la superiorità di chi insegna e può, pertanto, pretendere piena obbedienza e grande rispetto.»4
In ciascun discorso pedagogico sul bambino, si rintraccia sempre, così, l’idea che il bambino rappresenti una complessa fonte di molteplici potenzialità che vanno orientate. Naturalmente, verso che cosa si debba orientare il bambino nella propria crescita e in relazione a quali contenuti (sociali, morali, ecc., in generale, valoriali) rappresenta il punto di vista specifico di una certa pedagogia, e non può essere considerato vero o valido in assoluto e per sempre.
Tuttavia, in ciascuna concezione pedagogica e in ogni idea educativa e formativa del bambino è implicita la responsabilità non solo di chi la rappresenta nelle teorie ma anche di chi la fa propria nell’esercizio dell’attività di educatore. Anzi, ciascun educatore (padre, madre, insegnante, ecc.) pone sempre nella propria azione educativa una idea del bambino e della bambina e dell’uomo o della donna. Tali idee, che corrispondono a teorie delle quali – a volte – gli stessi educatori non sono consapevoli – diventano, così, comportamenti educativi, pratiche formative e di insegnamento.
Considerata la grande responsabilità che è insita in ogni attività educativa, occorre, quindi, che ciascun educatore (spontaneo o intenzionale) sia quanto più possibile consapevole della propria azione e delle proprie idee sull’infanzia e, in generale, sull’uomo, sulla donna, sulle relazioni umane, ecc.
Anche per questo motivo, nel curricolo formativo dell’insegnante, una pedagogia dell’infanzia è strettamente connessa alle questioni che riguardano la deontologia professionale, ovvero quell’ambito di frontiera e di interconnessione tra la competenza culturale-disciplinare, quella metodologica-organizzazita-valutativa specifica dell’insegnamento-apprendimento, quella giuridica e quella etica, che identifica lo specifico del lavoro del docente. Tale lavoro è definibile come una professione libera, esperta e consapevole, centrata sull’autonomia e sulla responsabilità delle scelte, ovvero sulla capacità di esercitare la propria libertà individuale all’interno delle relazioni e dei contesti sociali e lavorativi.
Tutti i lavori e tutte le professioni comportano un proprio habitus deontologico, ma si comprende quanto sia di primo piano tale dimensione quando parliamo della relazione tra insegnare e apprendere e dell’attività di progettazione educativa e formativa, ancor di più se gli interlocutori della relazione con gli educatori e con gli insegnanti sono i cuccioli d’uomo nelle delicate epoche della loro crescita.
Nella responsabilità dell’insegnare è contenuta la consapevolezza, da parte del docente, di dover conoscere la complessa processualità dell’apprendimento, sapendo, peraltro, come all’attivazione dei processi cognitivi e formativi concorrano tutti i contesti e tutti i soggetti che definiscono la spazio-tempo di crescita e di sviluppo del bambino, e in che tali soggetti e tali contesti sono culturalmente connotati. Occuparsi del bambino significa, quindi, occuparsi delle complesse trame di vita e di formazione all’interno delle quali esso e collocato, dai primi istanti di vita. Ciascun soggetto, ciascun bambino è dotato di un proprio corredo biologico o “budget” di partenza che, fin dalla nascita, entra i contatto con altri soggetti e con ambienti a loro volta interconnessi, biologicamente e culturalmente connotati5.
La pedagogia dell’infanzia, quale contenuto specifico di un curricolo formativo e professionale per l’insegnante di scuola dell’infanzia e di scuola primaria ha come proprio oggetto, quindi, un bambino concreto, collocato nello spazio e nel tempo, collocato nelle sue relazioni familiari, sociali, ambientali, con le sue esperienze e possibilità di esperienza, con i suoi apprendimenti e possibilità di apprendimento.
A ben riflettere, occuparsi del bambino concreto significa – di fatto – occuparsi dei suoi contesti o ambienti di vita, delle sue relazioni. Sono questi che decideranno della sua crescita e, quindi, sono questi gli ambiti verso i quali dirigere l’intenzionalità educativa e didattica.
La famiglia, nucleare e allargata, il nido, la scuola dell’infanzia, la scuola elementare, insieme a tutti gli ambienti e a tutte le figure che il bambino incontra durante i suoi primi anni rappresentano i modi e i contenuti delle sue prime esperienze, tanto più significative se si pensa che sono queste a consentire al piccolo quell’attività cerebrale, mentale e corporea, sulla quale si organizzeranno le esperienze future; in base a questa attività cerebrale il piccolo potrà farsi le proprie idee, potrà costruire le proprie capacità di astrazione e di interiorizzazione dei sistemi sociali e morali, delle regole di convivenza e di quei principi che la cultura di appartenenza e i gruppi sociali di riferimento intendono come ambito del “bene” e del “male”.
L’attività cerebrale del piccolo, specialmente durante i primi due anni di vita è tale da abilitarlo alle prime forme di scelta e di selettività. Sulla base di tale “competenza” il bambino crescerà con la capacità di selezionare, di esercitare la propria libertà e autonomia, di assumere responsabilità, di rispettare o di trasgredire una regola sociale, di valutare i propri comportamenti, di disporsi al cambiamento, di contribuire a trasformare se stesso e gli ambienti con i quali è in relazione dinamica.
Il cervello del piccolo è plastico, funziona in modo che, nella relazione con l’ambiente, il bambino possa potenziare la propria capacità sinaptica (le sinapsi sono le connessioni che si producono tra i neuroni in relazione agli stimoli ambientali); anzi, durante i primi due anni di vita il bambino è il soggetto di un vero e proprio bombardamento sinaptico, cioè il suo cervello è in grado di costruire una rete di interconnessioni interneuronica tanto ampia e complessa da rendere necessaria, da parte del soggetto, una selezione, cioè un processo di scelta sulla base di bisogni “biologici”, ma anche già educativi e culturali, che si manifestano.
Questo fenomeno di esuberanza sinaptica è detto sprouting e qualifica la vita del bambino nei primissimi anni anche se sarà presente, in forme e con intensità differenti, anche nella vita successiva e nell’età adulta6.
Si comprende così, anche come sia importante, per un adulto e per un ambiente educativo, rappresentare la possibilità per il piccolo di qualificazione di ogni sua possibile esperienza.
Il profilo di professionalità dell’insegnante richiede, quindi, la conoscenza della fisionomia cognitiva del bambino, per attivare e controllare adeguatamente la dimensione intenzionale della relazione tra insegnamento e apprendimento, per costruire i curricoli formativi, le unità di apprendimento, gli interventi di personalizzazione-individualizzazione, insomma, per valutare i processi cognitivi e formativi nei contesti scolastici.
In questo senso, per l’insegnante, la conoscenza di propri allievi, le loro caratteristiche cognitive, culturali, sociali, relazionali, ecc. non è fine a se stessa ma rappresenta un presupposto indispensabile per agire educativamente e didatticamente.
Inoltre, l’insegnante, consapevole di essere immerso nelle relazioni e nella contestualità delle relazioni (ciascun docente è un soggetto relazionale e ambientato, vive, apprende, si forma e lavora, in contesti e ambienti), è anche consapevole de proprio ineludibile coinvolgimento nelle relazioni e nelle prassi formative e didattiche.
Proprio per questo, da un lato, il docente fa quotidianamente esperienza della stretta relazione tra teoria e prassi, dall’altro, vive la responsabilità delle proprie scelte, delle proprie “intenzioni” formative e didattiche, comprendendo, per di più, quanto il singolo operatore della scuola non possa scegliere “individualisticamente” dovendo, invece, riferirsi sia a vincoli scientifici sia a vincoli contestuali e collegiali.
Anche per questi motivi, la condizione professionale dell’insegnante si qualifica in virtù della propria autonomia, cioè di una libertà di insegnamento che si definisce tra vincoli e possibilità, come esercizio della libertà di scelta, come esercizio della responsabilità.7
Nella scuola dell’attualità un contenuto curricolare culturale e disciplinare ( multidisciplinare, interdisciplinare) da valorizzare appare la formazione all’ambiente. 8
Attraverso tale dimensione, che peraltro compendia quanto si diceva, relativamente all’acquisizione, nel profilo di professionalità dell’insegnante, di un habitus relazionale - sociale riguardante i processi di apprendimento-formazione e, quindi, in merito all’autonomia come dimensione specifica e sostanziale del fare scuola e della docenza, si può tradurre in prassi educativa e didattica l’orientamento dello sviluppo infantile verso l’acquisizione dell’autonomia e della socialità-relazionalità come chiavi di accesso alla gestione competente degli attuali contesti di vita, di formazione e di lavoro.
Formare e formarsi all’ambiente, infatti, comprende la formazione alle differenze, alla comunicazione, al dialogo tra soggetti, tra culture, ecc.
La formazione all’ambiente implica la consapevolezza, nel soggetto della complessità che connota i contesti, le relazioni, a partire dall’interconnessione tra natura e cultura, tra fattori biologici e fattori antropici, con particolare riferimento alle tecnologie e a tutti i prodotti culturali , linguistici, multimediali.9
L’ambiente inteso come cifra di connotazione dei progetti educativi e formativi richiede la consapevolezza, da parte dei soggetti scolastici, di dover pensare alla scuola nei termini del sistema formativo integrato10 e di progettazione integrata.11
Integrazione diviene, in tal senso, parola di orientamento della processualità educativa e didattica.12
Così, nella stessa direzione interpretativa, l’autonomia riemerge come un contenuto fondamentale sia della formazione dell’insegnante sia dell’attività educativo-formativa e didattica, significando, contemporaneamente libertà di scelta, responsabilità, relazionalità, socialità e anche pensiero critico, trasformatività, creatività.
Una formazione pedagogica per l’insegnante dell’attualità, quindi, significa anche formazione pedagogica all’ambiente13 e tale formazione, includendo il valore e i significati dell’autonomia, della relazionalità e della socialità, coniugati a quello della responsabilità educativa e didattica implica la stretta interconnessione tra dimensione professionale e dimensione deontologica.
* Maria Rosaria Fiengo collabora da molti anni con la Cattedra di Pedagogia generale e sociale della Facoltà di Psicologia - Seconda Università degli Studi di Napoli, diretta da Vincenzo Sarracino, ed è professore a contratto di Pedagogia generale e sociale presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia della Seconda Università deli Studi di Napoli.
1. Sulle definizioni e sulle differenze che storicamente hanno connotato i termini educazione e formazione si veda, in particolare Sarracino V, Educazione/Formazione, in Sarracino V, Lupoli N., Le parole chiave della formazione. Elementi di lessico pedagogico e didattico, Tecnodid, Napoli, 2003.
2. Sulla nozione di ambiente in chiave contestuale e relazionali, si legga: Sarracino V., Ambiente/territorio, in Sarracino V., Lupoli N., cit..
3. Cfr. Bellatalla L., Bambino ritrovato o pedagogia espropriata?, in << Ricerche Pedagogiche>>, n.144-145, luglio-dicembre 2002.
4. Ibidem
5. Questi argomenti costituiscono il nucleo della ricerca in ambito bieducativo condotta, da molti anni, da Elisa Frauenfelder e del suo gruppo di ricerca. In particolare, ci si riferisce a: Frauenfelder E., La prospettiva educativa tra biologia e cultura, Liguori, Napoli, 1983; Frauenfelder E., Educazione e processi apprenditivi,Tecnodid, Napoli, 1986; Frauenfelder E., Pedagogia e biologia, una possibile alleanza, Liguori, Napoli, 1994; Frauenfelder E., Santoianni F., Nuove frontiere della ricerca pedagogica, E.S.I., 1997; Frauenfelder E., Santoianni F., (a cura di), Le scienze bioeducative. Prospettive di ricerca, Liguori, Napoli, 2002; Frauenfelder E., Santoianni F., Striano M., Introduzione alle scienze bioeducative, Laterza, bari-Roma, 2004.
6. Frauenfelder E., I cardini rieducativi della formazione, in Frauenfelder E., Santoianni F. , Le scienze bioeducative, Liguori, Napoli, 2001.
7. In particolare, su questi argomenti relativi alla professionalità dell’insegnante, si veda: Fiengo M. R., Orientare la formazione. Dentro e oltre la norma, Pensa MultiMedia, Lecce, 2002.
8. L’educazione ambientale e la didattica dell’ambiente sono ormai contenuti imprescindibili della progettazione educativa e formativa scolastica. Relativamente all’educazione ambientale, citiamo, in particolare l’ambito degli studi e della ricerca di Eugenia Aloj Totano; su questo si legga: Aloj Totaro E., Educazione ambientale come educazione allo sviluppo sostenibile, Franco Angeli, Milano, 1999; Aloj Totaro E., Introduzione all’ecologia e all’igiene ambientale, Falzea Editore, Reggio Calabria, 1999. La didattica dell’ambiente è riferita agli studi e alla ricerca di Paolo Orefice. Si vedano, in particolare: Orefice P., Avenati A. (a cura di), Educazione ambientale e didattica del territorio, Teramo, Giunti & Lisciani, 1991; Orefice P., Didattica dell’ambiente, La Nuova Italia, Firenze, 1993; Orefice P., Educazione ambientale e turismo scolastico, in Educazione ambientale e turismo scolastico, M.P.I.- Provincia di Prato, Prato, 1996; Orefice P., Educazione e territorio, La Nuova Italia, Firenze, 1978; Orefice P., Gavagna B. (a cura di), I ritmi di vita di Piazza S.Croce. Un’esperienza di educazione ambientale a Scuola-Città Pestalozzi, Liguori, Napoli, 1997 (volume e videocassetta), 1997; Orefice P., MOTER. Modello territoriale di programmazione educativa e didattica, Liguori, Napoli, 1997.
9. La complessità è un tratto conotativo degli attuali contesti formativi, sociali, ecc.. La complessità rappresenta anche un paradigma o teoria di riferimento delle scienze contemporanee e della pedagogia, in particolare. Su questo si legga, tra gli altri, Fiengo M. R. , Complessità ( paradigma della), in Sarracino V., Lupoli N., Le parole chiave della formazione . Elementi di lessico pedagogico e didattico e in Iavarone M. L., Sarracino F., Le parole chiave della formazione. Elementi di lessico di didattica generale e delle tecnologie dell’apprendimento, Tecnofdid, Napoli, 2004.
10. La nozione di sistema formativo integrato si riferisce a Franco Frabboni. Su questo argomento, in particolare si indicano: Frabboni F. (a cura), Il sistema formativo integrato, una nuova frontiera dell’educazione, EIT, Teramo, 1989; Frabboni F., Pinto Minerva F., Manuale di pedagogia generale, Laterza, Roma-Bari, 1992; Frabboni F., Manuale di didattica generale, Laterza, Roma-Bari, 1997. Frabboni F., Il Piano dell’Offerta Formativa, Bruno Mondatori, Milano, 2000; Frabboni F., Pinto Minerva F., Manuale di pedagogia generale, Laterza, Roma-Bari, 2001; Frabboni F., Il curricolo.Laterza, Roma-Bari, 2002; Frabboni F., Pinto Minerva F., Introduzione alla pedagogia generale, Laterza, Bari-Roma, 2003.
11. Sui temi della progettazione formativa si ricorda la ricerca pedagogica di Vincenzo Sarracino. In particolare, ci si riferisce a: Sarracino V., Il distretto scolastico, Ferraro, Napoli, 1977; Sarracino V., Orientamenti di pedagogia scolastica, Ferraro, Napoli, 1984; Sarracino V., Processi educativi e realtà locale, Napoli, Loffredo, 1984; Sarracino V., Scuola e educazione. Linee di sviluppo, Liguori, Napoli, 1992; Sarracino V. (a cura di), La formazione. Teorie, metodi, esperienze, Liguori, Napoli, 1997; Sarracino V., (a cura di), Progettare la formazione. Teoria e pratica dell’intervento educativo, Pensa MultiMedia, Lecce, 1997; Sarracino V., Iavarone M. L., La scuola elementare come scuola di base. Saperi, organizzazione, riforme, Laterza, Roma-Bari, 1999; Sarracino V., Strollo M. R., Ripensare la formazione, Liguori, Npaoli, 2000; Sarracino V, Iavarone M. L., Striano M., (a cura di) Questioni di Pedagogia Sociale, Angeli, Milano, 2000; Sarracino V., Piazza R. (a cura di), La pedagogia del progetto. Percorsi di formazione, Pensa Multimedia, Lecce, 2001; Sarracino V., Striano M., (a cura di), La pedagogia sociale. Prospettive di indagine, ETS, Pisa, 2001.
12. Sul termine integrazione si legga: Lupoli N., Integrazione/socializzazione, in Sarracino V., Lupoli, cit.
13. In merito a una pedagogia sociale dell’ambiente e, quindi, in relazione alla formazione dell’insegnante in chiave di pedagogia dell’ambiente, si legga “Sarracino V., Fiengo M. R. ( a cura di), Lineamenti di pedagogia sociale, Liguori, Napoli, in corso di stampa.